articolo del 26/2/2010

Clint, Mandela e l’epica del rugby: 
Invictus, nessuno sbaglia un colpo.

Roberto Saviano ha visto per noi l’ultima opera di East­wood sulla par­tita di rugby che bat­tezzò il Sudafrica libero. Il film è il rac­conto di un popolo che sor­p­rese il mondo costru­endo una nazione sui diritti e non sulla vendetta

di ROBERTO SAVIANO

Invic­tus– la locandina

CLINT ha solo due espres­sioni: col cap­pello e senza cap­pello”. Così descriveva il suo cow­boy prefer­ito Ser­gio Leone. Ma ora “l’attore da due espres­sioni” non sbaglia un film. Ogni sua pel­li­cola è nec­es­saria. Sem­bra, il suo, un per­corso che cerca nelle sto­rie un modo per ordinare il mondo, per chiarirsi le idee.

Un cat­a­l­ogo di vicende che come in Gran Torino, Mil­lion dol­lar Baby o Let­tere da Iwo Jima non stanno a rac­con­tare come dovrebbe andare il mondo, ma come lo fanno andare le per­sone, gli indi­vidui, attra­verso ogni loro scelta. Che sia giusta, falsa, mar­cia o vera. E’ l’individuo che East­wood racconta.

Volevo vedere il prima pos­si­bile Invic­tus. Per me è dif­fi­cile andare al cin­ema. Quasi impos­si­bile. Ma Warner Bros mi con­cede una sala a prima mat­tina. Tutte sedie vuote. Chiedono alla scorta di con­seg­nare i tele­fonini per­ché temono pos­sano ripren­dere e piratare il film. Invic­tus parte e in più di due ore ritrovi esat­ta­mente l’Eastwood che ti aspet­tavi. Questa volta ancora più smal­iziato. Non ha paura di com­muo­vere e di usare l’arte della retorica.

Rac­conta di Nel­son Man­dela e di una squadra di rugby. È il 1995 e Man­dela, appena eletto pres­i­dente del Sudafrica, ha come prima neces­sità quella di evitare riv­olte, scon­tri, vendette. E’ un impresa quasi impos­si­bile. La mag­gio­ranza nera ha sub­ìto troppo e per troppo tempo il potere indis­crim­i­nato degli Afrikaaner, dei bianchi. Tutti si aspet­tano vendette. I bianchi tre­mano e si preparano al colpo di stato e alla resistenza. I neri si armano per ven­di­care morti e pri­gio­nia. Il cap­ola­voro politico del detenuto 46664 — questo il codice di matri­cola nei trent’anni di pri­gio­nia di Man­dela — fu quello di “sor­pren­dere”. Sor­prende il mondo come lui stesso dice: “Sor­pren­derli con la gen­erosità. Com­pren­sione. Io so cosa i bianchi ci hanno tolto ma questo è il momento di costru­ire una nazione”.

Mor­gan Free­man è Man­dela e ne ha stu­di­ato ogni movenza lenta e ier­at­ica, ma anche i sor­risi e i modi di salutare. Non ne è un’imitazione né una riproduzione. È esattamente un’interpretazione. Fa vivere sullo schermo il leader che sogna un Sudafrica nero diverso dal Sudafrica dei bianchi. Il rugby nel paese dell’apartheid è odi­ato dai neri che gio­cano a pal­lone. Dicono nei sob­borghi di Johan­nes­burg: “Il cal­cio è uno sport da sig­norine gio­cato da duri, il rugby è uno sport da duri gio­cato da signorine”.

Ma Man­dela, che non è mai stato par­ti­co­lar­mente appas­sion­ato di rugby, capisce che lo sport dei bianchi deve piacere ai neri. I mon­di­ali di rugby potranno essere la prova polit­ica più del­i­cata da super­are. Man­dela parte da questa idea, insieme medi­at­ica e popo­lare, per unire un Sudafrica spac­cato, sull’orlo di una guerra civile. Il rugby par­lerà più d’ogni altro lin­guag­gio o parola al suo popolo. Se non riesci con i dis­corsi politici a unirlo allora lo uni­rai facendo tifare per la stessa squadra. I sudafricani neri quando in campo c’era la squadra verde-oro degli Afrikaner tifa­vano Inghilterra, o Aus­tralia o persino Fran­cia insomma qual­si­asi squadra che potesse bat­tere i bianchi sudafricani.

Man­dela sa che le antilopi, ovvero gli Spring­boks, la nazionale di rugby, sentono di non rap­p­re­sentare più il loro paese bianco. Il suo com­pito sarà di farli sen­tire rap­p­re­sen­tanti di un nuovo paese, respon­s­abili di un nuovo pos­si­bile corso politico. Man­dela parte dalla sua scorta. Affi­anca agli uomini prove­ni­enti dalle file dell’Anc, bianchi delle squadre spe­ciali. La scorta sudafricana non vuole con­di­videre la squadra con gli afrikaaner che solo un anno prima li avreb­bero arrestati. Ma Man­dela è cat­e­gorico. “La nazione arcobaleno nasce da qui. Intorno a me voglio le due anime del Sudafrica”.

E poi incon­tra il cap­i­tano François Pien­aar, inter­pre­tato da Matt Damon — bravis­simo nel rius­cire a rac­con­tare anche solo col viso l’incontro di un bianco ter­ror­iz­zato dai neri con il primo pres­i­dente nero del Sudafrica. Damon è un gio­ca­tore di grande tal­ento ma ormai col­pito da una sorta di depres­sione sociale, come i suoi com­pagni. Per­dono par­tite su par­tite, sentono che la loro nazione bianca è finita. Ma è qui che inter­viene Man­dela. “Abbi­amo bisogno di ispirazione”.

Nasce tra il cap­i­tano e il pres­i­dente del Sudafrica un rap­porto diretto. Man­dela gli chiede di far vin­cere i mon­di­ali di rugby al Sudafrica. Impresa che tutti gli esperti dichiarano impos­si­bile. Ma c’è da costru­ire una nazione. Man­dela segue diret­ta­mente i loro allena­menti. Porta la squadra che ha un solo rug­bista nero nei ghetti di Soweto nelle barac­copoli dove nes­sun bianco era mai stato. Li inseg­nano il rugby, lo sport bianco per eccel­lenza, ai ragazz­ini neri. E poi vis­i­tano la pri­gione dove è stato rinchiuso Man­dela. I gio­ca­tori ven­gono allenati nell’anima. E nel film è chiaro che la dis­ci­plina che stanno vivendo i rug­bisti non è nient’altro che il per­corso che un’intera nazione sta facendo per capirsi e ritrovarsi.

Il finale te lo aspetti, ma non vedi l’ora che accada. Ed anzi hai paura che qual­cosa possa andare storto, che la palla ovale possa far perdere il grande sogno della nuova nazione: il mon­di­ale alla squadra del Sudafrica. La vit­to­ria finale con­tro i rug­bisti maori della Nuova Zelanda non è una vit­to­ria sportiva ma uno dei risul­tati politici inter­nazion­ali più impor­tanti del nove­cento. Un popolo che si unisce in una squadra.

Esco dalla sala con­tento che il vec­chio Clint non sbagli un colpo come sper­avo. Il Sudafrica oggi è quanto di più lon­tano esista dal par­adiso arcobaleno in cui molti ave­vano sog­nato ma questo non toglie nulla alla lezione east­wood­i­ana di come la polit­ica sap­pia essere cosa diver­sis­sima di quella che abbi­amo tutti giorni sotto gli occhi. Di come possa essere, in tutti i sensi, il sogno di un uomo e di un popolo ancora desideroso di con­quistare diritti e felic­ità. Che Nel­son Man­dela ha descritto con queste parole del poeta Hen­ley: “Sotto i colpi d’ascia della sorte, il mio capo san­guina, ma non si china.… Non importa quanto sia stretta la porta… quanto piena di cas­tighi la vita/ Io sono il padrone del mio des­tino. Io sono il cap­i­tano della mia anima”.

©2010 Roberto Saviano/ Agen­zia Santachiara