Boss e poeti.

di Roberto Saviano

Gun” di Andy Warhol

Aveva vinto diversi premi, era andato a ricev­erli di per­sona, applausi, targhe, pub­bli­cazioni. Raf­faele Lubrano aveva da sem­pre colti­vato la poe­sia, dalla sua bella villa costru­ita nelle cam­pagne di Pig­nataro Mag­giore paesino dell’agro-caleno cir­condato da ras­si­cu­ranti dis­tese di campi. La sua ditta di costruzioni edili gli por­tava via sem­pre più tempo ma Lubrano sem­brava una fedele sen­tinella della scrit­tura poetica.

Aveva scritto appena ven­titreenne Pro­fumo di rose nel 1982 e poi nel 1984 Immag­ini velate entrambi i libri pub­bli­cati da un edi­tore romano Lo Faro che come assi­cura nella quarta di cop­er­tina del sec­ondo libro: “i libri di Lubrano hanno rag­giunto un suc­cesso di crit­ica e di pubblico”.

Nel Giugno 2002 una nuova rac­colta poet­ica, Verso l’infinito (Edi­zioni Heli­con, pag 124, 15 euro), oltre cento poe­sie con entu­si­as­tica pre­fazione di un critico dal nome rinasci­men­tale, Neuro Boni­fazi. Tutto però si con­cluse nel novem­bre del 2002 pro­prio pochi mesi dopo la pub­bli­cazione del libro. Raf­faele Lubrano nel cen­tro di Pig­nataro Mag­giore venne inse­guito, rag­giunto nel suo fuoristrada e freddato con due colpi alla nuca. Eggià per­ché Lubrano oltre che poeta e impren­di­tore edile di suc­cesso era anche uno degli espo­nenti più potenti della cosca di Pig­nataro Mag­giore ege­mo­niz­zata da suo padre, don Vin­cenzo Lubrano. Un cartello crim­i­nale diret­ta­mente legato a Cosa Nos­tra, vero e pro­prio pied a terre della mafia sul con­ti­nente. I Lubrano risul­ter­anno essen­ziali nell’organizzazione dell’uccisione a Mad­daloni nel 1983 di Franco Imposi­mato, fratello del giu­dice Fer­di­nano Imposi­mato, per conto della mafia. Al fas­toso funerale di Lello, come tutti chia­ma­vano in paese Raf­faele Lubrano, parte­ci­parono centi­naia di per­sone, la sua villa rimase aperta per giorni e giorni per accogliere le con­doglianze men­tre troneg­gia­vano in bella mostra sui tavoli del salotto le targhe dei suoi premi poet­ici: nel 1988 il Pre­mio Papa Gio­vanni XXIII , nel 1991 il Pre­mio “Gia­como Leop­ardi” Città di Reca­nati e decine di altre coppe tes­ti­moni di vit­to­rie poet­iche e suc­cessi let­ter­ari. Raf­faele Lubrano aveva sposato gio­vanis­simo Rosa Nuv­o­letta la figlia diLorenzo Nuv­o­letta boss di Marano e unico diri­gente di una famiglia non sicil­iana a sedere nella Cupola di Cosa Nostra.

Come rac­conta il pen­tito Anto­nio Abbate, Raf­faele Lubrano era il pupillo diTotò Riina, lo zio di Sicilia, come a casa Lubrano-Nuvoletta lo chia­ma­vano. Riina “com­binò” mafioso Raf­faele Lubrano che all’epoca del totale dominio cor­leonese sig­nifi­cava entrare in Cosa Nos­tra nel modo più alti­so­nante pos­si­bile e con grandi sper­anze di divenirne uno dei mas­simi diri­genti. Ma Lubrano sbagliò, iniziò ad invadere i ter­ri­tori “com­mer­ciali” dei casalesi, vol­eva gestire i cen­tri AIMA, i famosi “cen­tro dello sca­mazzo”, dove in cam­bio di inden­nizzi eco­nomici si por­tava la frutta da dis­trug­gere per con­tenere i prezzi del mer­cato ma la camorra piut­tosto che di frutta, riem­piva le buche dell’AIMA di pietre e car­toni. Fu fatale a Lubrano voler ege­mo­niz­zare anche le truffe alla comu­nità euro­pea che erano appan­nag­gio esclu­sivo di Casal di Principe. Le librerie del caser­tano hanno esposto per mesi il libro di Raf­faele Lubrano, ma le poche copie ven­dute sono state richi­este a Pig­nataro, Sparanise e Capua. Il suc­cesso del poeta in fondo non era poi così ecla­tante come le quarte di cop­er­tina dei suoi libri urla­vano. Anche Rosetta Lubrano, la figlia di Raf­faele Lubrano e Rosa Nuv­o­letta, è una pre­coce amante della let­ter­atura, ha infatti nel 2003 pub­bli­cato un libro L’astronave che va nella fan­ta­sia (Edi­zioni Heli­con, pag. 98 euro 10,00). La pic­cola si rifu­gia nelle fiabe che scrive di suo pungo, pesante del resto il suo por­tato famil­iare. Oltre al padre poeta e mafioso ammaz­zato qualche anno fa, suo nonno paterno è il boss Vin­cenzo Lubrano, suo nonno materno era il boss mafioso Lorenzo Nuv­o­letta, principe del nar­co­traf­fico di eroina in Europa, il fratello del nonno era Gae­tano Puga­ciov Lubrano, osti­nato sosten­i­tore dell’assassinio di Gian­carlo Siani, suo zio per parte di madre, Angelo Nuv­o­letta fu infatti il man­dante dell’omicidio del gio­vane giornalista.

Ma le terre di camorra sono pro­lifiche di appas­sion­ati d’arte e let­ter­atura.Francesco San­dokan Schi­avone boss del cartello camor­ris­tico dei casalesi capace di gestire un’economia legale ed ille­gale quan­tifi­cata dalla DIA di Napoli nel 2003 in 30mila mil­ioni di Euro annui, aveva nella villa bunker un’enorme libre­ria con decine di testi incen­trati su due esclu­sivi argo­menti, la sto­ria del regno delle due Sicilie Napoleone Bona­parte. Schi­avone si sente attratto dal val­ore dello Stato bor­bon­ico dove mil­lanta avi tra i fun­zionari in Terra di lavoro, ed è affas­ci­nato dal genio di Bona­parte capace di con­quistare mezza Europa par­tendo da un mis­ero grado mil­itare. Quasi come Schi­avone stesso, gen­er­alis­simo di un clan tra i più potenti d’Europa in cui era entrato come gre­gario. San­dokan con un pas­sato da stu­dente di med­i­c­ina, prediligeva trascor­rere il tempo di lati­tanza dipin­gendo, le icone reli­giose erano il suo forte. Ci sono in ven­dita ancora oggi in bot­teghe insospet­ta­bili della città di Caserta, raris­simi volti santi ritratti da Schi­avone, dove al posto del volto del Cristo, San­dokan ha innes­tato il suo viso. Ma per gli Schi­avone la pas­sione let­ter­aria ed artis­tica era cosa di famiglia. Wal­ter Schi­avone fratello di San­dokan è un fre­quen­ta­tore della let­ter­atura epica, Omero, il ciclo di Re Artù, Wal­ter Scott, questi i suoi autori prefer­iti. Pro­prio l’amore per Scott l’ha spinto a bat­tez­zare il figlio con il nome alti­so­nante e fiero di Ivanoh. Ma i nomi dei dis­cen­denti diven­gono sem­pre trac­cia della pas­sione dei padri. Giuseppe Misso boss napo­le­tano della cosca del Quartiere San­ità ed attual­mente uno dei camor­risti più potenti di Napoli ha chiam­ato il suo figlioc­cio, Emil­iano Zap­ata Misso. Giuseppe Misso che sem­pre durante i pro­cessi ha assunto pos­ture da leader politico, da pen­satore con­ser­va­tore e ribelle ha recen­te­mente scritto un romanzo, che sep­pur con sicuro suc­cesso (almeno in Cam­pa­nia) gli edi­tori locali hanno tutti rifi­u­tato. Il boss non ha abban­do­nato però l’intento let­ter­ario ed ha prescelto per una sua autonoma pub­bli­cazione: I leoni di Marmo (Arte tipografica, pag. 344, Euro 19,50). Centi­naia e centi­naia di copie ven­dute a Napoli in pochissime set­ti­mane, il rac­conto in un libro dalla sin­tassi smozzi­cata ma dallo stile rab­bioso, della Napoli degli anni ’80 e ’90 dove il boss si è for­mato e dove emerge la sua figura descritta come quella di un soli­tario com­bat­tente con­tro la camorra del racket e della droga a favore di un non ben iden­ti­fi­cato codice cav­alleresco della rap­ina e del furto. Durante i vari arresti nella sua lunghissima car­ri­era crim­i­nale Misso è sem­pre stato trovato in com­pag­nia dei suoi amati libri di Julius Evola e Ezra Pound. Anche un fedelis­simo del san­guinario Paolo Di Lauro, il boss della camorra sec­ondiglianese che sta epu­rando in questi mesi il suo clan dagli “scis­sion­isti”, è tra i camor­risti amanti d’arte e cul­tura: Tom­maso Prestieri. Pro­dut­tore della parte mag­giore dei can­tanti neomelod­ici cam­pani nonché fine conosc­i­tore di arte con­tem­po­ranea, in casa sua – sec­ondo indis­crezioni – fioc­ca­vano tele di De Chirico ed un’intera parete era ded­i­cata alle opere di Mario Schi­fano. La polizia arrestò il camor­rista sfrut­tando il suo amore per l’arte, venne bec­cato infatti al Teatro Bellini di Napoli men­tre com­mosso assis­teva da lati­tante ad un con­certo. Prestieri dopo una con­danna in un processo dichiarò alla stampa: “sono libero nell’arte, non ho neces­sità d’esser scarcer­ato”, un equi­lib­rio fatto di dip­inti e can­zoni che gli con­cede un’impossibile seren­ità per un boss in dis­grazia come lui, che ha perso nella battaglia con il clan rivale dei Lic­cia­rdi ben due fratelli, ammaz­zati a sangue freddo. Ma non solo let­ter­atura ed arte atti­rano le menti e le sen­si­bil­ità dei boss. Augusto La Torre boss di Mon­drag­one ex pen­tito, è stu­dioso di psi­colo­gia e vorace let­tore di Carl Gus­tav Jung e conosc­i­tore dell’opera di Sig­mund Freud. Dando una sbir­ci­ata ai titoli che il boss di Mon­drag­one ha chiesto di rice­vere in carcere emer­gono lunghe bib­li­ografie psi­coanalitiche men­tre sem­pre più nel suo par­lare si intrec­ciano citazioni di Lacan a rif­les­sioni sulla scuola della Gestalt. Tra i boss della camorra non emer­gono quindi solo i versi di don Raf­faele Cutolo cheFab­rizio De Andrè trovò “non privi di abil­ità ed una certa bellezza”, che da oltre vent’anni riem­pi­ono fogli e rifiuti da edi­tori inti­moriti. Non più soltanto il pro­fes­sore di vesu­viano ai cui read­ing ante lit­teram orga­niz­zati dai suoi uomini negli anni ’80 nei vicoli di Napoli parte­ci­pa­vano centi­naia di per­sone. I boss della camorra, spesso spi­etati mil­i­tari capaci di inflig­gere pene ter­ri­bili come il taglio delle mani per chi ha osato fare furti e rap­ine in zone “pro­tette” come accaduto a Mon­drag­one, sono per­son­aggi dal pro­filo com­p­lesso sim­ile a quello di sta­tisti capaci, attenti, rig­orosi. Sev­eri diri­genti di economie espo­nen­ziali ed eserciti numerosi. Ridurli a mar­i­onette crim­i­nali, a folk­lore da per­ife­ria, a biz­zarri capo­r­i­oni dall’antico sapore di guappi fuo­rius­citi dalle pagine di Fer­di­nando Russo sig­ni­ficherebbe sot­to­va­l­u­tarne il loro reale potere e non com­pren­dere quanta parte dell’economia legale sia gestita ed innescata dalle loro oper­azioni e dai loro inves­ti­menti. Il sapere, l’arte, la poe­sia, diven­gono quindi pas­sioni da pro­fes­sion­isti, da solidi borgh­esi, da com­mer­cianti di suc­cesso, da gen­er­ali con il pallino della sto­ria. I versi di Raf­faele Lubrano non sono diversi dalle poe­sie scritte e pub­bli­cate da qual­si­asi notaio e la bib­lioteca di Giuseppe Misso non è diversa dalle stanze foder­ate di libri degli avvo­cati e dei costrut­tori più affer­mati. Non sono i loro per­corsi dif­fer­enti ma medes­imi, una car­ri­era eco­nom­ica e polit­ica che smar­risce nel pro­cedere la pro­pria orig­ine crim­i­nale e che anzi da essa ne trae un mag­gior plus­val­ore di potere e sicurezza di tri­onfo . La camorra – del resto, come Schi­avone San­dokan sovente afferma durante i pro­cessi – non esiste. – Ci sono solo immi­grati che rubano motorini e rap­inano – aggiunge don Vin­cenzo Lubrano. – Noi siamo impren­di­tori – è la ferma definizione con cui si definis­cono i boss dei più potenti cartelli camor­ris­tici campani.

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Pub­bli­cato sul Cor­riere della Sera-Corriere del Mez­zo­giorno gen­naio ‘05